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Il costruttore e il giocatore : Serafino Ferruzzi, Raul Gardini e la fine di un grande gruppo industriale

Segreto, Luciano

testo non letterario 2025

Abstract

I Ferruzzi sono stati protagonisti di una delle più significative esperienze imprenditoriali del Novecento italiano. Figlio di contadini romagnoli, Serafino Ferruzzi fu il costruttore di un impero silenzioso in meno di vent’anni. Cereali, zucchero, oli vegetali, cemento. [...]
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  • 10/12/2025   

    Il libro conferma il mio giudizio sulla vicenda

    Uno “studio”, lo definirei così, di 430 pagine per sviscerare le vicende di due personaggi che hanno fatto una parte importante della storia economica italiana. Due personaggi con caratteri ed atteggiamenti diametralmente opposti. L’uno, lavoratore, sfuggente e nascosto. Molto lontano dai rotocalchi ed ai più quasi sconosciuto nonostante fosse alla guida di un impero tra i più grandi d’Europa, forse anche del gruppo Fiat. L’altro, spaccone, guascone, molto romagnolo e desideroso di far conoscere le sue imprese sportive ed i suoi interventi economici. Detto alla romagnola quasi un “pataca”. L’impero Ferruzzi dopo la fine della seconda guerra mondiale cresce, cresce e arriviamo al 1972 con la creazione della Ferruzzi spa, una finanziaria che “raccoglie” tutte le attività di Ferruzzi. Serafino pensa anche al futuro e la divide lasciando il 31% al figlio maschio ed il 23% a ciascuna delle tre figlie. Ma un ruolo importante fu riservato anche ai generi: Vittorio Giulaini Ricci e Raul Gardini. Ferruzzi stava per entrare nelle “Generali” di Trieste, ma la sua morte fece saltare la trattativa. I funerali si svolsero il 12 dicembre 1979. Il 22 dicembre 1979 si riunì il consiglio di amministrazione della Ferruzzi spa. Gardini propose la nomina di Arturo Ferruzzi alla presidenza che fu approvata alla unanimità. Per alcuni mesi tutto andò bene: i tre cognati si mossero all’unisono. A quel punto Gardini, nelle interviste, sottolinea come Ferruzzi avesse da sempre preferito lui come successore. Idina in una riunione valutò opportuno che Gardini fosse l’unico gestore della società, altrimenti lei si sarebbe ritirata dal gruppo. La famiglia accettò e da quel momento Gardini cercò di allontanare o comunque diminuire il ruolo di Giuseppe Berlini che Serafino aveva messo a guardia del patrimonio della Ferruzzi in Svizzera (i soldi). Nessuno sapeva a quanto ammontasse il patrimonio, però da quel momento Gardini fu l’unico ad esserne a conoscenza. Che il patrimonio comune andasse regolamentato era l’idea fissa dei fratelli Ferruzzi, ma l’idea della regolamentazione non era gradita a Gardini che non firmerà mai il patto e soprattutto la clausola che obbligava Gardini, leader del gruppo, ad informare i soci dell’andamento e delle decisioni sulla società. Ad insistere è soprattutto Alessandra con suo marito Ermanno Perdinzani che però muore nel maggio del 1986. Dall’85 Gardini entra nell’orbita di Cuccia, e al tempo Carlo Sama era suo segretario particolare. Poi sposò Alessandra. Cuccia aveva avuto anche rapporti con Serafino Ferruzzi ed aveva in mente una strategia per il gruppo. Offrì allora a Gardini di entrare in Montedison. Arriviamo a fine 86 e Gardini compra il 25% di Montedison compreso le azioni di De Benedetti (mi viene da dire che la trappola di Cuccia aveva funzionato). A fine ’87 Gardini “licenzia” Schimberni il manager di Montedison perché vuol essere lui a guidare l’azienda chimica. Ma nel corso di quell’anno dà anche 2 milioni di dollari alla DC di De Mita. Mai, fino ad allora, Ferruzzi e la sua azienda si erano avvalsi di un aiuto politico. Da qui inizia la “discesa” vera e propria e la “trappola” Cuccia, cioè quella dei poteri forti dell’Italia che contava si mette in moto. Gardini diventa una preda nelle loro mani e poi arriva Enimont con la madre di tutte le tangenti. Gardini ottenne da De Mita ed Occhetto garanzie su sgravi fiscali ad Enimont, da qui la maxi tangente, ma il Parlamento si oppose. Allora Gardini tentò accordi con altri, ma la “giustizia” si oppose, chissà guidata da chi. Poi al giudice Curtò venne accertata la corruzione, da parte di chi? L’operazione fallì, vi era soprattutto l’opposizione del presidente Eni Gabriele Cagliari e così, anche per malumori della famiglia Ferruzzi, la joint venture fallì. Eni riacquistò il 40% di Enimont e col denaro incassato pagò i politici (maxitangente). I contribuenti, cioè “Pantalone” pagarono 10mila miliardi di lire. La famiglia si scompose nonostante il tentativo di Gardini di
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